La Valle di Ledro è una valle prealpina del Trentino-Alto Adige appartenente amministrativamente al Comune di Ledro e al Comprensorio Alto Garda e Ledro, nella zona sud occidentale di questa regione, in provincia di Trento. Oltre che per la bellezza dei luoghi, caratterizzati dalla presenza dell’omonimo lago, che richiamano turisti in cerca di natura e tranquillità, la Valle è nota per un episodio che interessò la sua popolazione civile negli anni della Prima Guerra Mondiale. Alla vigilia del conflitto bellico che avrebbe sconvolto l’assetto geopolitico dell’Europa del tempo, il territorio della Valle di Ledro faceva parte, insieme alla regione del Trentino-Alto Adige, dell’Impero austro-ungarico e rappresentava una zona di particolare importanza strategica essendo il confine tra l’Impero austriaco e il Regno d’Italia. Allo scoppio della guerra nel 1914, la popolazione adulta maschile compresa tra i 21 e i 42 anni della Valle fu chiamata alle armi e inquadrata nel XIV Corpo d’Armata schierato in Galizia e sui Carpazi, sul fronte orientale. Nelle ore di poco precedenti a quella sera del 23 maggio del 1915 in cui Vittorio Emanuele III, Re d’Italia, annunciava alle forze armate italiane di aver dichiarato guerra all’Austria-Ungheria schierandosi con i paesi dell’Intesa, gli austriaci, già da tempo convinti che l’Italia non avrebbe mantenuto a lungo la sua neutralità e consapevoli che i primi scontri con gli italiani sarebbero avvenuti proprio nella zona della Valle di Ledro, si mobilitarono per ultimare la creazione di una linea di difesa in questa zona dove vennero costruite imponenti opere militari di sbarramento per fermare il passo dell’esercito italiano che sarebbe arrivato da Sud. A causa della pericolosità della situazione, gli austriaci diedero l’ordine di evacuare tutta la popolazione civile dai territori che di lì a poco sarebbero diventati campo di battaglia tra i due schieramenti. Il 22 maggio del 1915, sulle pareti delle case della popolazione ledrense, venne affissa la Notificazione dell’Imperial Regio Capitano di Riva che ordinava l’evacuazione per tutta la popolazione della Valle, da effettuarsi entro 24 ore. Il 23 maggio del 1915, giorno di Pentecoste, nel giro di poche ore, migliaia di persone, in prevalenza donne, bambini ed anziani, furono costretti a lasciare le loro case e quella che fino a quel momento era stata tutta la loro vita, per una destinazione e un futuro ignoti. Tutto quello che gli fu concesso portare con sé, furono un bagaglio e i viveri necessari per alcuni giorni di viaggio. Questo vero e proprio esodo di massa coinvolse in totale circa 75.000 persone che da tutto il Trentino furono spostate nelle regioni interne dell’Impero: Austria, Moravia, Boemia; regioni per loro lontane, di lingue e culture diverse. Di queste persone, 11.400 circa, provenienti in prevalenza dalla valle di Ledro, arrivarono in Boemia. Se si considera che molta di quella gente non era mai prima di allora uscita dalla Valle, si può forse capire il dramma psicologico che gli sfollati dovettero sostenere. La popolazione venne caricata su camion, treni e carri e trasportata per giorni lungo centinaia di chilometri in condizioni estreme e, una volta giunta in territorio boemo, distribuita tra le famiglie ceche dei comuni di Buštehrad, Chynava, Doksy, Dřetovice, Nový Knin, Milin, Přibram, Ptice, Svárov, Železná, Všeň e Stříbro; paesi dai nomi impronunciabili e di cui i trentini non conoscevano la lingua. I ledrensi furono accolti dalla popolazione boema e morava dapprima con curiosità e diffidenza e furono sistemati alla meglio in palestre e scuole trasformate in dormitori, o presso famiglie boeme. La promessa austriaca di una permanenza che doveva durare soltanto poche settimane, venne disattesa e gli italiani capirono presto che in quelle terre lontane dalla propria casa sarebbero rimasti per un tempo indeterminato e avrebbero dovuto iniziare da capo a costruirsi un’esistenza degna. Così, senza mezzi economici e senza conoscere la lingua locale, i ledrensi dovettero reinventarsi un’esistenza combattendo, almeno all’inizio, contro un insidioso nemico: la fame. I primi tempi furono molto duri anche a causa delle differenze linguistiche che all’inizio impedivano la comunicazione. Molti, per sfuggire alla fame, mangiavano le rane pescate negli stagni e qualsiasi cosa fosse commestibile, ma poco a poco, la diffidenza iniziale della popolazione boema e la differenza linguistica furono superate grazie alla laboriosità e alla modestia degli italiani che da subito cercarono di rendersi produttivi e di guadagnarsi il rispetto e la stima dei cechi che non tardarono a manifestarsi, forse anche a causa del risentimento che i due popoli provavano contro il comune oppressore. Successivamente, ai profughi venne assegnato un contributo giornaliero in denaro pari a 70 haler che scongiurò i problemi più urgenti di sussistenza. Le donne italiane furono impiegate nei campi carenti di manodopera a causa della guerra e, con il loro duro lavoro, si guadagnarono l’affetto e il rispetto della popolazione locale. I bambini furono i primi ad imparare la lingua perché giocavano con i loro coetanei cechi e aiutarono presto i genitori a comunicare con la popolazione locale. Se da una parte il soggiorno boemo fu per i ledrensi un esilio forzato, è anche vero che questo esilio si trasformò in una storia di grande solidarietà e di amicizia che poco a poco nacque tra gli italiani e i cechi. Nel cuore dei profughi la parola “Boemia” era sinonimo di esilio, ma qui gli italiani continuarono a mantener vive le proprie tradizioni riuscendo ad integrarsi con la popolazione locale e a stringere con essa sinceri e duraturi rapporti di stima, rispetto e amicizia reciproci. Nel corso degli anni, mentre sul fronte italiano infuriava la guerra, in Boemia le donne trentine continuarono ad occuparsi della famiglia aspettando speranzose il ritorno dei figli e dei mariti dal fronte. Quando l’esercito italiano riuscì ad occupare i paesi della Valle, il 4 novembre del 1918 le ostilità cessarono e il regio esercito italiano ormai entrato a Trento issò il Tricolore sulle alture fino a poco tempo prima occupate dal nemico. Alla luce della nuova situazione, i profughi, dopo quattro anni in terra boema, poterono far ritorno alla proprie case insieme ai soldati che tornavano dal fronte. Ma se l’arrivo in Boemia era stato traumatico, lo fu altrettanto il doversi separare dagli amati cechi, ormai amici, che avevano permesso ai ledrensi di sopravvivere in quei duri anni. I rapporti di stima ed amicizia allacciati erano destinati a durare per sempre. Al ritorno a casa, i profughi e i soldati superstiti finalmente si ritrovarono: le mogli poterono riabbracciare i loro mariti e le madri i proprio figli, ma i paesi nei quali facevano ritorno erano spesso ridotti a un cumulo di macerie, le case scoperchiate, i campi distrutti e disseminati di proiettili inesplosi. Ai ledrensi non restò altro che iniziare nuovamente da capo, con nuova forza e grande dignità, per ricominciare a vivere normalmente. I ledrensi ricordarono, e i loro discendenti ricordano ancora oggi, l’esodo in Boemia con profonda gratitudine nei confronti del popolo ceco e più volte negli anni successivi, dopo la Seconda Guerra Mondiale, tornarono in segno di riconoscenza nei paesi che li avevano ospitati alla ricerca dei loro vecchi amici e per visitare nei cimiteri boemi le tombe dei loro cari: parenti e connazionali deceduti in quella terra lontana. Ancora nel 2009, a quasi un secolo dall’esilio nell’attuale Repubblica Ceca, è stato siglato per volontà dell’amministrazione della Valle di Ledro, un gemellaggio in segno di amicizia tra i Comuni della Valle: Molina, Pieve, Bezzecca, Concei, Tiarno di Sotto e Tiarno di Sopra, con otto Comuni cechi: Buštěhrad, Chyňava, Doksy, Milín, Nový Knín, Příbram, Ptice e Všeň, a ricordo di quell’esperienza e in segno di reciproca e perpetua amicizia. In tale occasione sono stati anche pubblicati il libro: “Boemia. L’esodo della Val di Ledro 1915 – 1919” curato da Dario Colombo, e un DVD che narrano nei particolari la vicenda e raccolgono le testimonianze dirette di questa pagina poco conosciuta della storia del nostro Paese.
Ogni guerra, giusta o meno che sia, rappresenta sempre un evento drammatico che non conosce né vinti, né vincitori, ma spesso è proprio in tempi di barbarie e in situazioni simili che l’essere umano riesce a dare il meglio di sé stesso e a dare prova di grande solidarietà verso i propri simili. L’esodo in Boemia dei profughi trentini è una pagina di storia e un esempio che ci dimostra quanto ciò sia vero e quanto l’amore per la vita vada oltre ogni distinzione di razza, lingua e nazionalità.
di Mauro Ruggiero da Progetto Repubblica Ceca